IMPRESSIONI E CERTEZZE
Amo vivo scrivo Poesia Amo vivo escribo Poesía
lunedì 29 giugno 2026
CULTURA E SOLIDARIETÀ - MILANO LATIN FESTIVAL 2026
domenica 7 giugno 2026
ONORATE LA SORGENTE
domenica 17 maggio 2026
DISTOLGO LO SGUARDO DAL FINITO
Distolgo lo sguardo dal finito
dal gesto inciso nella pietra fredda
dal suolo nudo agonizzante
Evito la gravità dell’inerzia cieca
la fissità che trattiene e consuma
Preferisco la possibilità del cielo
L’azzurro dischiuso dell’indeterminato
la vertigine lieve dell’infinito aperto
Osservo l’oltre dentro l’oltre segreto
scruto abissi che generano altri abissi
incontro il silenzio smisurato
nella vetta viva del mio essere
Mi contemplo in esso
specchio limpido dell’origine
nel fluire ostinato dell’eterno persemprecolmo
che mai si esaurisce
mai si disperde
Sento l’eco di una pienezza arcana
che trasfigura il vuoto e lo nutre
I pensieri muti
ora trovano voce nel vento
divengono canto di correnti invisibili
mormorio sottile che sfiora l’anima
Sciolgono nodi custoditi nell’ombra
disvelano mappe sepolte nel profondo
L’erba delle mani della fatica
tremula fibra del mio agire terreno
porta memoria di peso e tempo
incisa nei solchi dell’esperienza
L’albero stanco del restare in piedi
custode silente della resistenza
innalza il tronco nella luce remota
anche se gravato da stagioni di cenere
Le radici aggrovigliate
oscuro intreccio di volontà tenace
si avvincono al grembo nascosto
in cerca di nutrimento invisibile
sotto il terreno povero dello sconforto
dove la speranza si vela di polvere
Discendo e risalgo
tra ombra e bagliore
all’apice delle mie profondità
vertice ardente di abissi interiori
eco viva di contrasti
Sono l’umana emozione contraddittoria
che si frange e si ricompone
che dall’errore apprende la via
trasmutando la caduta in origine
Trovo senso nella scelta che trema
nel varco fragile dell’incertezza
Salgo alla cuspide di un sorriso
luce sottile che sfiora l’eterno
mi elevo nella fragile gioia
dove il respiro diviene aurora
Scendo verso la valle in una lacrima
goccia densa di verità incarnata
Attraverso le stagioni dell’esistere
tra gelo e tepore, ombra e chiarore
custodisco la soglia del divenire
luogo sacro di frattura e unione
L’orizzonte possibile dell’essere
si disvela nella meraviglia
nella bellezza che ancora vibra
nonostante il limite della forma
Da questo monte
di pietra cemento e sogno umano
altura ibrida di peso e visione
raccolgo l’armonia imperfetta
intreccio di crepe e splendore
Respiro il battito segreto del mondo
che pulsa nella fragilità viva
Dimoro nella soglia di ciò che non si vede
nutrita dalla luce ammirevole
di questa mia imperfezione
ferita aperta che genera visione
squarcio luminoso
da cui filtra il vero
Avanzo pellegrina di respiro e lume
ogni passo è naufragio e rinascita
ogni respiro atto di creazione
Sono soglia eco e mutamento
fiamma che consuma e rigenera
voce che sboccia dal silenzio
per sfiorare l’immensità senza nome
Mi perdo per potermi ritrovare
mi svuoto per potermi colmare
mi elevo nella mia stessa caduta
con le mani tese
verso l’amore incommensurabile
Poiché lì dimora l’Essenza viva
E nell’ultimo soffio dell’istante
stringo la perpetuità che mi attraversa
mi abita
mi sostiene
Divengo cielo
oltre ogni confine
oltre la pietra
oltre la finitudine
E nella quiete immensa dell’eterno
mi disperdo in luce
©hebemunoz2026
.
Pieve di Sasso, Neviano degli Arduini (PR) Italia.
venerdì 8 maggio 2026
GREMBO SEGRETO DELL'INESORABILE
Grembo segreto dell’inesorabile
abitato da occhi d’aurora
dove si piega il silenzio in muto desiderio
chiamalo piano
come si chiama il primo cielo
vorrei
Vorrei essere suono senza catene
una nota caduta dalla fronte della luna
un respiro d’arpa nella gola del mattino
il tremito che precede il nome delle cose
la sillaba d’acqua che sveglia le pietre
Vorrei essere un colore
non uno soltanto
essere il passaggio tra due ferite di lampo
l’azzurro che
si scioglie nell’oro delle messi
il rosso
che resta sulle mani del tramonto
il verde
profondo
che prega nei muschi
Vorrei essere un sapore
l’aspro miele
delle attese custodite
la neve
sciolta sul labbro dell’infanzia
il frutto che matura nel buio della pazienza
il pane caldo diviso fra due solitudini
Vorrei essere un gesto
minimo e immenso
una foglia che cade
nel raccontare la sua storia al mondo
la mano che non possiede e pure consola
la curva del corpo che si china sull’ombra
e vi accende una piccola lampada
Vorrei essere
una mendicante di stelle sulla soglia del pensiero
una che ascolta il roveto in profonda rinascita
che entra nel mistero a piedi nudi
e chiama sapienza il proprio stupore
Vorrei essere una che ama e basta
senza bilance
senza specchi
senza riserva
così come la pioggia quando ama i campi
il vento quando scioglie i veli del porto
la notte
il seme boreale che ancora non si vede
Questo canto
incompiuto
tenace
non finisce
non si chiude
non obbedisce alla fine
è poema e ferita
lingua sul cielo di ogni bocca
una porta socchiusa nel muro del tempo
un nome che continua a nascere
È in un vorrei che il cuore si perpetua
Vedi
la sorgente che ignora la propria sete
quella fiamma che si alimenta di buio
un cielo quando si apre oltre il cielo
in un tappetto di stelle
senza possederle
Lo guardo da questa riva di carne e domanda
cerco il riflesso delle antiche partenze
nel suo volto che muta come l’acqua
Hai mai
voluto davvero
fino a tremare di luce e di mancanza
Vorrai ancora
quando il giorno avrà spento i suoi vessilli
quando le mani saranno colme di cose perdute
quando persino il ricordo avrà freddo
e il tempo sembrerà una stanza senza finestre
O forse avresti voluto
una stagione che non seppe trattenerti
Potresti volere adesso
in questo punto vivo
qui
dove il dolore non è condanna
ma seme oscuro che prepara la rosa
un volere espresso
come se il destino avesse un chiavistello
come se la cenere fosse l’ultima lingua del fuoco
Eppure
nell’anima si posa una creatura lieve
una speranza piumata
minuta
in vin ci bile
Si avvicina senza rumore
fa il nido tra le crepe dell’essere
canta melodie senza parole
sfidando ogni tempesta
con il suo fragile petto
sapendo che
ogni uragano è soltanto passaggio
Sperantia
l’ho udita
nel paese più gelido del cuore
dove i sogni portavano ghiaccio
sui mari alieni dell’esilio interiore
dove la notte aveva denti di sale
e il cielo sembrava dimentico dell’uomo
Mai
nemmeno allora
quando il sangue si faceva preghiera muta
essa mi chiese una briciola di resa
Restò
cantando nell’osso
nella cenere dell’incendio tremante
una madre di vento
accanto al naufrago
Custodisci il tuo vorrei
come una stella necessaria
lascia che ti ferisca
ti apra
ti innalzi
Siamo incompiuti
sì
ma dalle nostre fenditure
entrerà il bagliore capace di rifare il mondo
Se tutto vacilla
bisogna amare
amare ancora
amare oltre
innalzare un canto
anche spezzato
che diventi strada
alba
scintilla per altri occhi
che nel suo desiderio salvi i tempi
iniziando dall’oggi
Si todo tiembla
es necesario amar
amar aún más
amar más allá
levantar un canto
aunque esté roto
que se convierta en camino
alba
destello para otros ojos
que en su deseo salve los tiempos
empezando desde el hoy
© hebemunoz2026