venerdì 1 maggio 2026

TESTO PRETESTO 2026

30/04/2026 - Ho salito le scale della Biblioteca Leoni, insieme a mio marito il poeta Francesco Nigri, con un’emozione quieta e luminosa, come quando si va incontro a qualcosa che ci riconosce prima ancora di comprenderlo: avevo, avevamo, un nuovo appuntamento con la Poesia.

Il Simposio dedicato al poeta fidentino Fausto Maria Pico è stato per me un vero canto corale, un intreccio di voci in cui lettori e poeti hanno scelto di donare speranza, di dare voce a quel “vorrei” che custodiamo, fragile e tenace, nel cuore.

La sala – uno spazio generoso, vivo – mi è parsa un bosco di libri, abitato da sorrisi, sguardi nuovi e familiari, saluti che diventavano abbracci. Una piccola, preziosa festa dell’ascolto e della Parola, nata per rendere omaggio, ma capace di andare oltre.

La memoria di Fausto Maria Pico non è rimasta immobile nel ricordo: l’ho sentita vibrare, farsi presenza, attraverso un dialogo artistico profondo e condiviso.

Le letture hanno attraversato i suoi temi più cari — la ricerca di senso, la bellezza del creato, la tensione spirituale dell’uomo — tracciando un sentiero che, passo dopo passo, ci ha uniti. 

Accanto alle sue liriche, ho ascoltato con gratitudine i bellissimi  e coinvolgenti versi di Cecilia Bacchini, Manuela Copercini, Giuseppe Previtali, Alice Ramploud, Francesco Nigri, Noureddine Lafrindi… e anche donato i miei, emozionati, di cuore, sinceri.

Essere stata parte di questo coro è stato per me un dono raro. Offrire il mio poema, in mezzo a tante voci, è stata un’emozione che custodirò a lungo.

Desidero ringraziare con riconoscenza il Comune di Fidenza, l’Assessore alla Cultura e Vicesindaco Maria Pia Bariggi e la Biblioteca per aver reso possibile questo incontro, inserito nella suggestiva cornice del festival Testo Pretesto 2026.

Vorrei lasciarvi qui il mio poema, quello che ho declamato ieri sera: 

NEL GREMBO SEGRETO 

Grembo segreto dell’inesorabile
abitato da occhi d’aurora
dove si piega il silenzio in muto desiderio

chiamalo piano

come si chiama il primo cielo

vorrei

Vorrei essere suono senza catene
una nota caduta dalla fronte della luna
un respiro d’arpa nella gola del mattino
il tremito che precede il nome delle cose
la sillaba d’acqua che sveglia le pietre

Vorrei essere un colore

non uno soltanto

essere il passaggio tra due ferite di lampo

l’azzurro che 
si scioglie nell’oro delle messi

il rosso 
che resta sulle mani del tramonto

il verde 
profondo 
che prega nei muschi

Vorrei essere un sapore

l’aspro miele 
delle attese custodite

la neve 
sciolta sul labbro dell’infanzia

il frutto che matura nel buio della pazienza

il pane caldo diviso fra due solitudini

Vorrei essere un gesto
minimo e immenso 

una foglia che cade 
nel raccontare la sua storia al mondo

la mano che non possiede e pure consola

la curva del corpo che si china sull’ombra
e vi accende una piccola lampada

Vorrei essere 

una mendicante di stelle sulla soglia del pensiero

una che ascolta il roveto in profonda rinascita
che entra nel mistero a piedi nudi
e chiama sapienza il proprio stupore

Vorrei essere una che ama e basta

senza bilance
senza specchi
senza riserva

così come la pioggia quando ama i campi

il vento quando scioglie i veli del porto

la notte 
il seme boreale che ancora non si vede

Questo canto

incompiuto 
tenace

non finisce
non si chiude
non obbedisce alla fine

è poema e ferita

lingua sul cielo di ogni bocca
una porta socchiusa nel muro del tempo
un nome che continua a nascere

È in un vorrei che il cuore si perpetua

Vedi 

la sorgente che ignora la propria sete

quella fiamma che si alimenta di buio

un cielo quando si apre oltre il cielo
in un tappetto di stelle 
senza possederle

Lo guardo da questa riva di carne e domanda

cerco il riflesso delle antiche partenze
nel suo volto che muta come l’acqua

Hai mai 
voluto davvero
fino a tremare di luce e di mancanza

Vorrai ancora
quando il giorno avrà spento i suoi vessilli
quando le mani saranno colme di cose perdute
quando persino il ricordo avrà freddo
e il tempo sembrerà una stanza senza finestre

O forse avresti voluto
una stagione che non seppe trattenerti

Potresti volere adesso

in questo punto vivo

qui 
dove il dolore non è condanna
ma seme oscuro che prepara la rosa

un volere espresso
come se il destino avesse un chiavistello
come se la cenere fosse l’ultima lingua del fuoco

Eppure 
nell’anima si posa una creatura lieve
una speranza piumata
minuta 
in vin ci bile

Si avvicina senza rumore
fa il nido tra le crepe dell’essere
canta melodie senza parole
sfidando ogni tempesta 
con il suo fragile petto
 
sapendo che 

ogni uragano è soltanto passaggio

Sperantia

l’ho udita 
nel paese più gelido del cuore
dove i sogni portavano ghiaccio

sui mari alieni dell’esilio interiore
dove la notte aveva denti di sale

e il cielo sembrava dimentico dell’uomo

Mai

nemmeno allora

quando il sangue si faceva preghiera muta
essa mi chiese una briciola di resa

Restò
cantando nell’osso 
nella cenere dell’incendio tremante

una madre di vento 
accanto al naufrago

Custodisci il tuo vorrei
come una stella necessaria

lascia che ti ferisca
ti apra
ti innalzi

Siamo incompiuti

ma dalle nostre fenditure 
entrerà il bagliore capace di rifare il mondo

Se tutto vacilla
bisogna amare

amare ancora
amare oltre

innalzare un canto 
anche spezzato

che diventi strada

alba

scintilla per altri occhi

che nel suo desiderio salvi i tempi 

iniziando dall’oggi

Si todo tiembla
es necesario amar

amar aún más
amar más allá

levantar un canto 
aunque esté roto

que se convierta en camino
alba
destello para otros ojos

que en su deseo salve los tiempos
empezando desde el hoy

Hebe Munoz
©hebemunoz2026
www.hebemunoz.com 

💛 Se ieri sera eravate con noi, vi porto nel cuore con gratitudine.
Se non avete potuto esserci, vi aspettiamo — con la stessa luce — il prossimo anno.
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📖 SIMPOSIO DI POESIA IN MEMORIA DI FAUSTO MARIA PICO
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*Tutte le fotografie sono soggette di 
©copyright. È proibita la sua singola condivisione totale o parziale senza espressa autorizzazione. 
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