30/04/2026 - Ho salito le scale della Biblioteca Leoni, insieme a mio marito il poeta Francesco Nigri, con un’emozione quieta e luminosa, come quando si va incontro a qualcosa che ci riconosce prima ancora di comprenderlo: avevo, avevamo, un nuovo appuntamento con la Poesia.
Il Simposio dedicato al poeta fidentino Fausto Maria Pico è stato per me un vero canto corale, un intreccio di voci in cui lettori e poeti hanno scelto di donare speranza, di dare voce a quel “vorrei” che custodiamo, fragile e tenace, nel cuore.
La sala – uno spazio generoso, vivo – mi è parsa un bosco di libri, abitato da sorrisi, sguardi nuovi e familiari, saluti che diventavano abbracci. Una piccola, preziosa festa dell’ascolto e della Parola, nata per rendere omaggio, ma capace di andare oltre.
La memoria di Fausto Maria Pico non è rimasta immobile nel ricordo: l’ho sentita vibrare, farsi presenza, attraverso un dialogo artistico profondo e condiviso.
Le letture hanno attraversato i suoi temi più cari — la ricerca di senso, la bellezza del creato, la tensione spirituale dell’uomo — tracciando un sentiero che, passo dopo passo, ci ha uniti.
Accanto alle sue liriche, ho ascoltato con gratitudine i bellissimi e coinvolgenti versi di Cecilia Bacchini, Manuela Copercini, Giuseppe Previtali, Alice Ramploud, Francesco Nigri, Noureddine Lafrindi… e anche donato i miei, emozionati, di cuore, sinceri.
Essere stata parte di questo coro è stato per me un dono raro. Offrire il mio poema, in mezzo a tante voci, è stata un’emozione che custodirò a lungo.
Desidero ringraziare con riconoscenza il Comune di Fidenza, l’Assessore alla Cultura e Vicesindaco Maria Pia Bariggi e la Biblioteca per aver reso possibile questo incontro, inserito nella suggestiva cornice del festival Testo Pretesto 2026.
Vorrei lasciarvi qui il mio poema, quello che ho declamato ieri sera:
NEL GREMBO SEGRETO
Grembo segreto dell’inesorabile
abitato da occhi d’aurora
dove si piega il silenzio in muto desiderio
chiamalo piano
come si chiama il primo cielo
vorrei
Vorrei essere suono senza catene
una nota caduta dalla fronte della luna
un respiro d’arpa nella gola del mattino
il tremito che precede il nome delle cose
la sillaba d’acqua che sveglia le pietre
Vorrei essere un colore
non uno soltanto
essere il passaggio tra due ferite di lampo
l’azzurro che
si scioglie nell’oro delle messi
il rosso
che resta sulle mani del tramonto
il verde
profondo
che prega nei muschi
Vorrei essere un sapore
l’aspro miele
delle attese custodite
la neve
sciolta sul labbro dell’infanzia
il frutto che matura nel buio della pazienza
il pane caldo diviso fra due solitudini
Vorrei essere un gesto
minimo e immenso
una foglia che cade
nel raccontare la sua storia al mondo
la mano che non possiede e pure consola
la curva del corpo che si china sull’ombra
e vi accende una piccola lampada
Vorrei essere
una mendicante di stelle sulla soglia del pensiero
una che ascolta il roveto in profonda rinascita
che entra nel mistero a piedi nudi
e chiama sapienza il proprio stupore
Vorrei essere una che ama e basta
senza bilance
senza specchi
senza riserva
così come la pioggia quando ama i campi
il vento quando scioglie i veli del porto
la notte
il seme boreale che ancora non si vede
Questo canto
incompiuto
tenace
non finisce
non si chiude
non obbedisce alla fine
è poema e ferita
lingua sul cielo di ogni bocca
una porta socchiusa nel muro del tempo
un nome che continua a nascere
È in un vorrei che il cuore si perpetua
Vedi
la sorgente che ignora la propria sete
quella fiamma che si alimenta di buio
un cielo quando si apre oltre il cielo
in un tappetto di stelle
senza possederle
Lo guardo da questa riva di carne e domanda
cerco il riflesso delle antiche partenze
nel suo volto che muta come l’acqua
Hai mai
voluto davvero
fino a tremare di luce e di mancanza
Vorrai ancora
quando il giorno avrà spento i suoi vessilli
quando le mani saranno colme di cose perdute
quando persino il ricordo avrà freddo
e il tempo sembrerà una stanza senza finestre
O forse avresti voluto
una stagione che non seppe trattenerti
Potresti volere adesso
in questo punto vivo
qui
dove il dolore non è condanna
ma seme oscuro che prepara la rosa
un volere espresso
come se il destino avesse un chiavistello
come se la cenere fosse l’ultima lingua del fuoco
Eppure
nell’anima si posa una creatura lieve
una speranza piumata
minuta
in vin ci bile
Si avvicina senza rumore
fa il nido tra le crepe dell’essere
canta melodie senza parole
sfidando ogni tempesta
con il suo fragile petto
sapendo che
ogni uragano è soltanto passaggio
Sperantia
l’ho udita
nel paese più gelido del cuore
dove i sogni portavano ghiaccio
sui mari alieni dell’esilio interiore
dove la notte aveva denti di sale
e il cielo sembrava dimentico dell’uomo
Mai
nemmeno allora
quando il sangue si faceva preghiera muta
essa mi chiese una briciola di resa
Restò
cantando nell’osso
nella cenere dell’incendio tremante
una madre di vento
accanto al naufrago
Custodisci il tuo vorrei
come una stella necessaria
lascia che ti ferisca
ti apra
ti innalzi
Siamo incompiuti
sì
ma dalle nostre fenditure
entrerà il bagliore capace di rifare il mondo
Se tutto vacilla
bisogna amare
amare ancora
amare oltre
innalzare un canto
anche spezzato
che diventi strada
alba
scintilla per altri occhi
che nel suo desiderio salvi i tempi
iniziando dall’oggi
Si todo tiembla
es necesario amar
amar aún más
amar más allá
levantar un canto
aunque esté roto
que se convierta en camino
alba
destello para otros ojos
que en su deseo salve los tiempos
empezando desde el hoy
Hebe Munoz
©hebemunoz2026
www.hebemunoz.com
💛 Se ieri sera eravate con noi, vi porto nel cuore con gratitudine.
Se non avete potuto esserci, vi aspettiamo — con la stessa luce — il prossimo anno.
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📖 SIMPOSIO DI POESIA IN MEMORIA DI FAUSTO MARIA PICO
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