domenica 17 maggio 2026

DISTOLGO LO SGUARDO DAL FINITO


Distolgo lo sguardo dal finito
dal gesto inciso nella pietra fredda
dal suolo nudo agonizzante
Evito la gravità dell’inerzia cieca
la fissità che trattiene e consuma

Preferisco la possibilità del cielo

L’azzurro dischiuso dell’indeterminato
la vertigine lieve dell’infinito aperto


Osservo l’oltre dentro l’oltre segreto
scruto abissi che generano altri abissi
incontro il silenzio smisurato
nella vetta viva del mio essere

Mi contemplo in esso
specchio limpido dell’origine
nel fluire ostinato dell’eterno persemprecolmo
che mai si esaurisce
mai si disperde

Sento l’eco di una pienezza arcana
che trasfigura il vuoto e lo nutre

I pensieri muti
ora trovano voce nel vento
divengono canto di correnti invisibili
mormorio sottile che sfiora l’anima

Sciolgono nodi custoditi nell’ombra
disvelano mappe sepolte nel profondo

L’erba delle mani della fatica
tremula fibra del mio agire terreno
porta memoria di peso e tempo
incisa nei solchi dell’esperienza

L’albero stanco del restare in piedi
custode silente della resistenza
innalza il tronco nella luce remota
anche se gravato da stagioni di cenere

Le radici aggrovigliate
oscuro intreccio di volontà tenace
si avvincono al grembo nascosto
in cerca di nutrimento invisibile
sotto il terreno povero dello sconforto
dove la speranza si vela di polvere

Discendo e risalgo
tra ombra e bagliore
all’apice delle mie profondità

vertice ardente di abissi interiori
eco viva di contrasti

Sono l’umana emozione contraddittoria
che si frange e si ricompone
che dall’errore apprende la via
trasmutando la caduta in origine

Trovo senso nella scelta che trema
nel varco fragile dell’incertezza

Salgo alla cuspide di un sorriso
luce sottile che sfiora l’eterno
mi elevo nella fragile gioia
dove il respiro diviene aurora

Scendo verso la valle in una lacrima
goccia densa di verità incarnata
Attraverso le stagioni dell’esistere
tra gelo e tepore, ombra e chiarore
custodisco la soglia del divenire
luogo sacro di frattura e unione

L’orizzonte possibile dell’essere
si disvela nella meraviglia
nella bellezza che ancora vibra
nonostante il limite della forma

Da questo monte
di pietra cemento e sogno umano
altura ibrida di peso e visione
raccolgo l’armonia imperfetta
intreccio di crepe e splendore

Respiro il battito segreto del mondo
che pulsa nella fragilità viva
Dimoro nella soglia di ciò che non si vede
nutrita dalla luce ammirevole
di questa mia imperfezione

ferita aperta che genera visione
squarcio luminoso
da cui filtra il vero

Avanzo pellegrina di respiro e lume
ogni passo è naufragio e rinascita
ogni respiro atto di creazione

Sono soglia eco e mutamento
fiamma che consuma e rigenera
voce che sboccia dal silenzio
per sfiorare l’immensità senza nome

Mi perdo per potermi ritrovare
mi svuoto per potermi colmare
mi elevo nella mia stessa caduta
con le mani tese
verso l’amore incommensurabile

Poiché lì dimora l’Essenza viva

E nell’ultimo soffio dell’istante
stringo la perpetuità che mi attraversa
mi abita
mi sostiene

Divengo cielo
oltre ogni confine
oltre la pietra
oltre la finitudine

E nella quiete immensa dell’eterno
mi disperdo in luce

©hebemunoz2026

.

Pieve di Sasso, Neviano degli Arduini (PR) Italia.



venerdì 8 maggio 2026

GREMBO SEGRETO DELL'INESORABILE

  

Grembo segreto dell’inesorabile

abitato da occhi d’aurora

dove si piega il silenzio in muto desiderio

 

chiamalo piano

 

come si chiama il primo cielo

 

vorrei

 

Vorrei essere suono senza catene

una nota caduta dalla fronte della luna

un respiro d’arpa nella gola del mattino

il tremito che precede il nome delle cose

la sillaba d’acqua che sveglia le pietre

 

Vorrei essere un colore

 

non uno soltanto

 

essere il passaggio tra due ferite di lampo

 

l’azzurro che

si scioglie nell’oro delle messi

 

il rosso

che resta sulle mani del tramonto

 

 

il verde

profondo

che prega nei muschi

 

Vorrei essere un sapore                                                                  

 

l’aspro miele

delle attese custodite

 

la neve

sciolta sul labbro dell’infanzia

 

il frutto che matura nel buio della pazienza

 

il pane caldo diviso fra due solitudini

 

Vorrei essere un gesto

minimo e immenso

 

una foglia che cade

nel raccontare la sua storia al mondo

 

la mano che non possiede e pure consola

 

la curva del corpo che si china sull’ombra

e vi accende una piccola lampada

 

Vorrei essere

 

una mendicante di stelle sulla soglia del pensiero

 

una che ascolta il roveto in profonda rinascita

che entra nel mistero a piedi nudi

e chiama sapienza il proprio stupore

 

Vorrei essere una che ama e basta

 

senza bilance

senza specchi

senza riserva

 

così come la pioggia quando ama i campi

 

il vento quando scioglie i veli del porto

 

la notte

il seme boreale che ancora non si vede

 

Questo canto

 

incompiuto

tenace

 

non finisce

non si chiude

 

non obbedisce alla fine

 

è poema e ferita

 

lingua sul cielo di ogni bocca

una porta socchiusa nel muro del tempo

un nome che continua a nascere

 

È in un vorrei che il cuore si perpetua

 

Vedi

 

la sorgente che ignora la propria sete

 

quella fiamma che si alimenta di buio

 

un cielo quando si apre oltre il cielo

in un tappetto di stelle

senza possederle

 

Lo guardo da questa riva di carne e domanda

 

cerco il riflesso delle antiche partenze

nel suo volto che muta come l’acqua

 

Hai mai

voluto davvero

fino a tremare di luce e di mancanza

 

Vorrai ancora

quando il giorno avrà spento i suoi vessilli

quando le mani saranno colme di cose perdute

quando persino il ricordo avrà freddo

e il tempo sembrerà una stanza senza finestre

 

O forse avresti voluto

una stagione che non seppe trattenerti

 

Potresti volere adesso

 

in questo punto vivo

 

qui

dove il dolore non è condanna

ma seme oscuro che prepara la rosa

 

un volere espresso

come se il destino avesse un chiavistello

come se la cenere fosse l’ultima lingua del fuoco

 

Eppure

nell’anima si posa una creatura lieve

una speranza piumata

minuta

in vin ci bile

 

Si avvicina senza rumore

 

fa il nido tra le crepe dell’essere

canta melodie senza parole

sfidando ogni tempesta

con il suo fragile petto

 

sapendo che

 

ogni uragano è soltanto passaggio

 

Sperantia

 

l’ho udita

nel paese più gelido del cuore

dove i sogni portavano ghiaccio

 

sui mari alieni dell’esilio interiore

dove la notte aveva denti di sale

 

e il cielo sembrava dimentico dell’uomo

 

Mai

 

nemmeno allora

 

quando il sangue si faceva preghiera muta

essa mi chiese una briciola di resa

 

Restò

cantando nell’osso

nella cenere dell’incendio tremante

 

una madre di vento

accanto al naufrago

 

Custodisci il tuo vorrei

come una stella necessaria

 

lascia che ti ferisca

ti apra

ti innalzi

 

Siamo incompiuti

 

ma dalle nostre fenditure

entrerà il bagliore capace di rifare il mondo

 

Se tutto vacilla

bisogna amare

 

amare ancora

amare oltre

  

innalzare un canto

anche spezzato

 

che diventi strada

 

alba

 

scintilla per altri occhi

 

che nel suo desiderio salvi i tempi

 

iniziando dall’oggi

Si todo tiembla

es necesario amar

amar aún más

amar más allá

levantar un canto

aunque esté roto

que se convierta en camino

alba

destello para otros ojos

que en su deseo salve los tiempos

empezando desde el hoy

 

© hebemunoz2026





venerdì 1 maggio 2026

TESTO PRETESTO 2026

30/04/2026 - Ho salito le scale della Biblioteca Leoni, insieme a mio marito il poeta Francesco Nigri, con un’emozione quieta e luminosa, come quando si va incontro a qualcosa che ci riconosce prima ancora di comprenderlo: avevo, avevamo, un nuovo appuntamento con la Poesia.

Il Simposio dedicato al poeta fidentino Fausto Maria Pico è stato per me un vero canto corale, un intreccio di voci in cui lettori e poeti hanno scelto di donare speranza, di dare voce a quel “vorrei” che custodiamo, fragile e tenace, nel cuore.

La sala – uno spazio generoso, vivo – mi è parsa un bosco di libri, abitato da sorrisi, sguardi nuovi e familiari, saluti che diventavano abbracci. Una piccola, preziosa festa dell’ascolto e della Parola, nata per rendere omaggio, ma capace di andare oltre.

La memoria di Fausto Maria Pico non è rimasta immobile nel ricordo: l’ho sentita vibrare, farsi presenza, attraverso un dialogo artistico profondo e condiviso.

Le letture hanno attraversato i suoi temi più cari — la ricerca di senso, la bellezza del creato, la tensione spirituale dell’uomo — tracciando un sentiero che, passo dopo passo, ci ha uniti. 

Accanto alle sue liriche, ho ascoltato con gratitudine i bellissimi  e coinvolgenti versi di Cecilia Bacchini, Manuela Copercini, Giuseppe Previtali, Alice Ramploud, Francesco Nigri, Noureddine Lafrindi… e anche donato i miei, emozionati, di cuore, sinceri.

Essere stata parte di questo coro è stato per me un dono raro. Offrire il mio poema, in mezzo a tante voci, è stata un’emozione che custodirò a lungo.

Desidero ringraziare con riconoscenza il Comune di Fidenza, l’Assessore alla Cultura e Vicesindaco Maria Pia Bariggi e la Biblioteca per aver reso possibile questo incontro, inserito nella suggestiva cornice del festival Testo Pretesto 2026.

Vorrei lasciarvi qui il mio poema, quello che ho declamato ieri sera: 

NEL GREMBO SEGRETO 

Grembo segreto dell’inesorabile
abitato da occhi d’aurora
dove si piega il silenzio in muto desiderio

chiamalo piano

come si chiama il primo cielo

vorrei

Vorrei essere suono senza catene
una nota caduta dalla fronte della luna
un respiro d’arpa nella gola del mattino
il tremito che precede il nome delle cose
la sillaba d’acqua che sveglia le pietre

Vorrei essere un colore

non uno soltanto

essere il passaggio tra due ferite di lampo

l’azzurro che 
si scioglie nell’oro delle messi

il rosso 
che resta sulle mani del tramonto

il verde 
profondo 
che prega nei muschi

Vorrei essere un sapore

l’aspro miele 
delle attese custodite

la neve 
sciolta sul labbro dell’infanzia

il frutto che matura nel buio della pazienza

il pane caldo diviso fra due solitudini

Vorrei essere un gesto
minimo e immenso 

una foglia che cade 
nel raccontare la sua storia al mondo

la mano che non possiede e pure consola

la curva del corpo che si china sull’ombra
e vi accende una piccola lampada

Vorrei essere 

una mendicante di stelle sulla soglia del pensiero

una che ascolta il roveto in profonda rinascita
che entra nel mistero a piedi nudi
e chiama sapienza il proprio stupore

Vorrei essere una che ama e basta

senza bilance
senza specchi
senza riserva

così come la pioggia quando ama i campi

il vento quando scioglie i veli del porto

la notte 
il seme boreale che ancora non si vede

Questo canto

incompiuto 
tenace

non finisce
non si chiude
non obbedisce alla fine

è poema e ferita

lingua sul cielo di ogni bocca
una porta socchiusa nel muro del tempo
un nome che continua a nascere

È in un vorrei che il cuore si perpetua

Vedi 

la sorgente che ignora la propria sete

quella fiamma che si alimenta di buio

un cielo quando si apre oltre il cielo
in un tappetto di stelle 
senza possederle

Lo guardo da questa riva di carne e domanda

cerco il riflesso delle antiche partenze
nel suo volto che muta come l’acqua

Hai mai 
voluto davvero
fino a tremare di luce e di mancanza

Vorrai ancora
quando il giorno avrà spento i suoi vessilli
quando le mani saranno colme di cose perdute
quando persino il ricordo avrà freddo
e il tempo sembrerà una stanza senza finestre

O forse avresti voluto
una stagione che non seppe trattenerti

Potresti volere adesso

in questo punto vivo

qui 
dove il dolore non è condanna
ma seme oscuro che prepara la rosa

un volere espresso
come se il destino avesse un chiavistello
come se la cenere fosse l’ultima lingua del fuoco

Eppure 
nell’anima si posa una creatura lieve
una speranza piumata
minuta 
in vin ci bile

Si avvicina senza rumore
fa il nido tra le crepe dell’essere
canta melodie senza parole
sfidando ogni tempesta 
con il suo fragile petto
 
sapendo che 

ogni uragano è soltanto passaggio

Sperantia

l’ho udita 
nel paese più gelido del cuore
dove i sogni portavano ghiaccio

sui mari alieni dell’esilio interiore
dove la notte aveva denti di sale

e il cielo sembrava dimentico dell’uomo

Mai

nemmeno allora

quando il sangue si faceva preghiera muta
essa mi chiese una briciola di resa

Restò
cantando nell’osso 
nella cenere dell’incendio tremante

una madre di vento 
accanto al naufrago

Custodisci il tuo vorrei
come una stella necessaria

lascia che ti ferisca
ti apra
ti innalzi

Siamo incompiuti

ma dalle nostre fenditure 
entrerà il bagliore capace di rifare il mondo

Se tutto vacilla
bisogna amare

amare ancora
amare oltre

innalzare un canto 
anche spezzato

che diventi strada

alba

scintilla per altri occhi

che nel suo desiderio salvi i tempi 

iniziando dall’oggi

Si todo tiembla
es necesario amar

amar aún más
amar más allá

levantar un canto 
aunque esté roto

que se convierta en camino
alba
destello para otros ojos

que en su deseo salve los tiempos
empezando desde el hoy

Hebe Munoz
©hebemunoz2026
www.hebemunoz.com 

💛 Se ieri sera eravate con noi, vi porto nel cuore con gratitudine.
Se non avete potuto esserci, vi aspettiamo — con la stessa luce — il prossimo anno.
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📖 SIMPOSIO DI POESIA IN MEMORIA DI FAUSTO MARIA PICO
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*Tutte le fotografie sono soggette di 
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